Quattro chiacchiere con Giuseppina Piccigallo, Supply Chain Director di Domori: logistica al profumo di cacao

Quattro chiacchiere con Giuseppina Piccigallo, Supply Chain Director di Domori: logistica al profumo di cacao

Una laurea in ingegneria gestionale e un’esperienza quasi ventennale nella logistica lavorando per un 3PL internazionale come Kuehne+Nagel e per multinazionali come Unilever, occupandosi di tutto – dalla logistica warehouse all’approvvigionamento – e venendo a contatto con settori molto diversi. Dopo tutto questo, c’è qualcosa che comunque l’ha sorpresa quando nel 2022 è arrivata in Domori?

La qualità a prescindere da tutto. Venivo da un mondo in cui a guidare era la continua ricerca di efficienza. Come provider devi cercare di contenere i costi per aumentare quanto più possibile il tuo margine all’interno della tariffa fissata con il cliente. Come azienda, l’obiettivo è ottimizzare l’intero processo senza pesare troppo sul conto economico.

Non che tutte queste cose in Domori non contino, al contrario. Tuttavia, puntiamo all’efficienza ma senza mai scendere a compromessi in fatto di qualità. La prima cosa che ho imparato è stata quindi ad anteporre il prodotto a tutto il resto. Questo è molto motivante.

Quindi non si è pentita della scelta?

Tutt’altro. Confesso che, anzi, per anni avuto a lungo il “pallino” di Domori. Avevo visitato l’azienda in occasione di un open day e ne ero rimasta affascinata, e non solo perché sono golosissima di cioccolato (scherza). L’ho tenuta d’occhio a lungo, finché un giorno ho visto un annuncio per una posizione da logistic manager. Mi sono candidata e sono stata selezionata. La mia prima cosa di cui mi sono occupata è stato il progetto di internalizzazione di tutti i flussi di magazzino nello stabilimento di None (Torino). Da lì a un anno mi è stata poi affidata la direzione dell’intera supply chain, dall’approvvigionamento alla distribuzione, che in Domori significa dalla piantagione di cacao in centro-sud Africa o in America meridionale fino allo scaffale di vendita del prodotto.

Un approccio olistico

Decisamente. In Domori la logistica è molto presente in tutti processi e assume forme differenti. Non si tratta solo di spostare pallet, ma anche di salvaguardare la biodiversità di una materia prima rara, pregiata e delicata come il cacao Criollo, che è uno degli ingredienti alla base della nostra produzione. Le complessità specifiche di questa filiera ci spronano continuamente a ricercare soluzioni inedite per preservare il valore della nostra materia prima da origine a destino.

Ad esempio?

Qualche anno fa, in occasione di un viaggio in Costa d’Avorio, mi avevano mostrato una tecnica sperimentale e decisamente innovativa che consente di mettere sottovuoto un intero container. Lo scorso anno l’abbiamo testata con successo per la spedizione delle fave di cacao biologico. Durante una lunga navigazione può infatti capitare che un’infiltrazione d’acqua oppure le temperature elevate rovinino le fave di cacao rendendole inutilizzabili per la nostra produzione. Quando una materia pregiata arriva da così lontano, un simile spreco è insostenibile sotto diversi punti vista.

La sostenibilità, anche sociale, è centrale nel vostro approccio. In Domori parlate di “aspirazione alla felicità”: come si inserisce questo concetto nella gestione logistica?

Nella tutela del territorio e nelle relazioni di filiera. Andare nelle piantagioni a parlare direttamente con un coltivatore, fargli assaggiare il prodotto che abbiamo realizzato a partire dalla sua cabossa crea un legame importante e niente affatto scontato: molte delle persone che lavorano in campo non hanno mai assaggiato il cioccolato. Così invece identificano il nome Domori con la tavoletta, riconoscono un prodotto che vale tutta la fatica e lo sforzo del loro lavoro. Si innesca un meccanismo virtuoso grazie al quale a noi arriverà sempre la migliore materia prima possibile.

In diversi parti del mondo abbiamo anche avviato progetti che rafforzano questo legame. Uno bellissimo in Ecuador: d’accordo con la cooperativa locale riconosciamo ai coltivatori un sovrapprezzo all’acquisto del loro prodotto da destinare all’acquisto di piante per la riforestazione di terreni dedicati alla monocoltura di cacao. Anche questa è sostenibilità: la logistica ha inevitabilmente un impatto. Così restituiamo qualcosa all’ambiente e alla società.

Tutto molto affascinante, ma complicato di per sé. Figuriamoci se bisogna anche fare i conti con criticità esogene, dirompenti e incontrollabili, come ne abbiamo viste in questi anni. Come si fa a mitigare gli effetti di questi “shock” lungo la supply chain?

Con un grado di resilienza veramente altissimo. Siamo noi a doverci adattare, a dover cambiare secondo le dinamiche del momento. Pensiamo ad esempio al cambiamento climatico che incide molto sulla qualità del prodotto. Insieme a diverse università, inclusa quella di Torino, stiamo studiando come il mutamento del clima sta modificando la composizione organica della fava di cacao. Non volendo cambiare le nostre ricette, né penalizzare la qualità, dovremo necessariamente rivedere i processi produttivi e anche logistici.

Per non dire di fattori più contestuali: avete risentito delle problematiche degli ultimi anni sulle rotte internazionali?

Purtroppo sì. Abbiamo dovuto fare i conti con il canale di Panama in secca, con il blocco di Suez, con gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso. Per non dire della nuova fase “calda” che vediamo ora in Medio Oriente. Tutte queste cose compromettono inevitabilmente i flussi di approvvigionamento. Due anni fa, a un certo punto, i tempi di percorrenza erano diventati “biblici”: per arrivare dal Madagascar un container ci metteva anche 20 o 25 giorni in più rispetto al normale. Simili tempistiche, da un lato, sono una sfida per la programmazione della produzione, dall’altro, aumentano il rischio che la qualità della materia prima sia compromessa durante il trasporto. Abbiamo reagito nell’unico modo possibile: anticipando gli approvvigionamenti, interfacciandoci con altri spedizionieri e così via.

In tutto questo, il prezzo del cacao ha anche raggiunto dei picchi record. Come avete gestito questa complessità?

È stato molto difficile perché non solo il prezzo è aumentato tanto, ma di botto. I contratti di acquisto della materia prima si siglano tra l’Estate e l’inizio dell’Autunno, prima della raccolta in campo. A luglio 2023 avevo appena chiuso i contratti a prezzo leggermente aumentato e ci siamo trovati con un aumento incredibile che non si è mai stabilizzato. Per due anni il prezzo ha infatti continuato a salire. I produttori mi facevano offerte con validità di appena tre giorni. Non si possono portare tutti questi aumenti sullo scaffale. A un certo punto l’azienda si è presa il rischio di fissare un prezzo sulla base del costo del cacao in un dato momento, sapendo che questo poteva ancora variare. Il prezzo del cacao segue infatti delle dinamiche di borsa che ho dovuto imparare.

E ora che i prezzi stanno calando?

In realtà anche questa discesa sta generando turbolenza: il prezzo del cacao è crollato all’improvviso, di nuovo dopo che i contratti erano stati chiusi e la maggior parte delle aziende avevano coperto il loro fabbisogno produttivo fino al primo semestre 2027, basandosi sulle tariffe precedenti. Ora noi abbiamo a stock una materia prima al costo di un anno fa, ma clienti e consumatori si aspettano di pagare il prodotto meno.

È un problema di aspettative?

Aspettative che in parte noi produttori abbiamo contribuito a creare. Nei due anni passati abbiamo usato il prezzo di borsa del cacao per giustificare l’aumento dei listini. Ora il mercato chiede un ritocco. Il problema è che i tempi di reazione e adattamento sono diversi perché, come detto, dipendono da contratti di approvvigionamento stipulati mesi fa. Gli effetti di questo ridimensionamento del costo del cacao arriveranno sullo scaffale con la prossima campagna natalizia.

In questo scenario come siete riusciti a mantenere un equilibrio tra qualità, efficienza e sostenibilità?

Grazie al fatto di avere relazioni durature. Quando i prezzi del cacao hanno iniziato ad aumentare, la nostra forza è stata poter andare dal fornitore venezuelano o ecuadoregno con cui abbiamo sempre lavorato e con cui vogliamo continuare a lavorare, e poter negoziare. La stabilità della filiera ti consente di raggiungere accordi che ti consentono di mitigare le criticità interne senza danneggiare il fornitore. Lo spirito con cui abbiamo affrontato la situazione è stato: diamoci una mano per cercare il modo migliore di uscirne insieme.

Quali sono stati gli effetti a valle della distribuzione?

Non abbiamo avuto grossi stravolgimenti in termini di prodotto finito. Tuttavia, ci sono stati periodi in cui alcune tipologie di fave scarseggiavano per cui abbiamo chiesto alla produzione delle variazioni, seppur minime, delle ricette. È capitato, però, che per fronteggiare una seppure temporanea carenza di materia prima in ingresso abbiamo portato quasi a zero le scorte di magazzino. Ci sono stati momenti in cui si programmava la produzione con una giacenza davvero minima di sette o dieci giorni. Non era mai successa una cosa del genere in Domori e molti ne erano preoccupati.

In questi anni Domori ha comunque fatto investimenti importanti, come ad esempio l’impianto di None

Un investimento – mi preme sottolineare – molto sostenibile perché si è deciso realizzarlo senza erodere suolo vergine: è stato acquistato, ristrutturato e riedificato uno complesso esistente, utilizzando solo planimetria iniziale. il tema dei progetti greenfield è molto caldo in questo periodo: abbiamo provato a essere sostenibili anche in questo.

A None è stata inizialmente spostata la logistica del prodotto finito che era in un deposito esterno, e poi tutto il resto, compreso il magazzino delle fave di cacao. Il piano industriale prevede di concentrare qui anche la produzione che al momento è ancora nella vicina vecchia sede.

None è anche il centro di distribuzione per l’Italia di tutti i prodotti del Polo del Gusto?

Esatto. Dal 2019 Domori fa parte della holding fondata da Riccardo Illy che raduna alcune eccellenze gastronomiche italiane. Concentrare a None di tutte queste specialità ha richiesto una specifica ingegnerizzazione dei processi: nello studio del WMS così come nella definizione delle logiche operative (creazione degli ordini di prelievo, composizione delle spedizioni e così via), abbiamo ragionato tenendo conto della diversità intrinseche dei prodotti, delle diverse temperature di conservazione, sempre con l’obiettivo di raggiungere l’efficienza nel processo salvaguardando la qualità del prodotto.

Quale delle diverse sfide affrontate finora in Domori si è rivelata la lezione più preziosa per la sua crescita come manager?

Probabilmente, l’aumento dei prezzi del cacao. Quando sono arrivata la logistica era, per dirla come gli inglesi, “my cup of tea”. Ero tranquillissima. Grazie all’esperienza che avevo già fatto, credevo di essere in una zona di comfort. Un po’ per volta mi sono state nuove responsabilità legate agli acquisti che per me non erano materia nuova. Quello che non mi aspettavo e per cui non ero preparata era la turbolenza di mercato: quando si è verificata mi sono resa conto di avere un gap da colmare.

  • Nome e cognome: Giuseppina Piccigallo

    Luogo e data di nascita: Mesagne (Brindisi), 7 gennaio 1979

    Formazione: Laurea in Ingegneria Gestionale

    Attività professionale: Supply Chain Director

    Hobby e passioni: Lettura, trekking e cucina

    Sogno nel cassetto: Scrivere un libro

    Libro sul comodino: “Solo è il coraggio” di Roberto Saviano

    Punto di forza: Capacità relazionale

    Tallone d’Achille: Schiettezza

Nicoletta Ferrini

Estratto dell’articolo pubblicato completo sul numero di Marzo 2026 de Il Giornale della Logistica

L’articolo Quattro chiacchiere con Giuseppina Piccigallo, Supply Chain Director di Domori: logistica al profumo di cacao sembra essere il primo su Il Giornale delle Logistica.



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